Oggi, mentre tornavo in ufficio dopo mangiato, ho incrociato una coppia di simpatici vecchietti, quasi sicuramente americani, i quali, dopo aver chiesto all’autista di un pullmann (il quale, stranamente qui in Germania, non sapeva l’inglese) si sono rivolti a me per chiedermi dove fosse la U2 per arrivare ad Hauptbahnhof. Ho risposto cordiale: da quando sono in Germania, il problema della lingua per me è diventato focale, associato alla mia pigrizia nell’imparare l’idioma locale (spero che almeno per non restare indietro rispetto ad Anto mi deciderò a rimettermi a studiarlo). Indirizzati i due, ho proseguito verso l’Università, e intanto pensavo: certo che, per intendersi davvero, bisogna parlare la stessa lingua.
Credo che valga in ogni caso: è il primo problema di ogni tentativo di dialogo, decidere o accorgersi di avere una lingua comune con cui parlare. E’ paradossale allora ancora di più quello che è successo col Papa: un attacco pregiudiziale, su un particolare di sfuggita, senza neppure rendersi conto che quello di cui parlava era proprio la ricerca di un fondamento al dialogo religioso, la discussione sull’esistenza di una lingua comune (solo se non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio, solo se tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio, allora è possibile dialogare di Dio, e non relegarlo al rango dell’inconoscibile e quindi indiscutibile).
E‘ paradossale, ci ripetiamo spesso, che oggi sia rimasto il Papa a difendere la ragione: sembra un ripetersi di quella bizzarra situazione per cui la lingua del più grande Impero della storia sia oggi la lingua ufficiale solo di quello Stato che ne ha messo a nudo le debolezze e ha assistito al suo sfaldarsi (e devo dire che ritirare soldi ad un bancomat in latino dentro il Vaticano è qualcosa di particolare). Non so se augurarmi che succeda lo stesso: vorrebbe dire la fine dei post-illuministi, ma anche quella della ragione.
P.s. Seguendo un invito della redazione di Universitas, (la lezione ci pare offra in particolare a noi universitari materia di profonda meditazione, a partire dagli affondi che il Pontefice porta alla radice del 'fare' università e della concezione stessa del lavoro scientifico), mi sono riletto e quasi studiato il discorso del Papa. E’ affascinante, non solo nella descrizione della sua Università ai suoi tempi (che richiama a quell’idea di universitas del sapere per cui esse sono nate, e ci fa capire quanto vicina nel tempo sia la sua decadenza), ma anche perchè una volta ancora Ratzinger è sorprendentemente semplice (fino ad un certo punto, ovvio) e lineare nei suoi ragionamenti. C'è gente che ci cavillerà sopra ogni parola, frase, concetto: lasciarsi soprendere da qualcosa che potrebbe non corrispondere a quel che già sai è la strada della consocenza, ma è anche faticoso.